“Amico, prestami tre pani”

MERCOLEDI’ 8 MAGGIO: serata in preparazione alla Festa della Casa nel 40° del Diaconato a Bologna. Alcuni contenuti tratti dalle testimonianze di don Angelo Baldassarri, Pietro Cassanelli, Lucio Venturi e Katia Ciraci

Dal Vangelo di Luca 11,5-10

Poi disse loro: «Se uno di voi ha un amico e a mezzanotte va da lui a
dirgli: «Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un
viaggio e non ho nulla da offrirgli», e se quello dall’interno gli risponde:
«Non m’importunare, la porta è già chiusa, io e i miei bambini siamo a
letto, non posso alzarmi per darti i pani», vi dico che, anche se non si
alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si
alzerà a dargliene quanti gliene occorrono.
Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e
vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi
bussa sarà aperto.

DON ANGELO BALDASSARRI (appunti non rivisti dal relatore)

18 febbraio 1984: inizia anche a Bologna l’ esperienza del Diaconato
Permanente con uno sguardo al cammino della Diocesi di Reggio Emilia e
alle Case della Carità.
Per la veglia in preparazione all’ ordinazione dei primi 11 diaconi fu scelto
questo Vangelo (Lc 11,5ss) e sulla locandina (realizzata da Monsignor
Luciano Gherardi) la frase “AMICO PRESTAMI TRE PANI” ; sulla porta della
casa la scritta:

“TRE PANI nelle tue mani: la Parola – l’Eucaristia – il comando dell’ Amore
per la diaconia pasquale del CRISTO SIGNORE”.

Questo brano segue il Padre Nostro, con cui Gesù insegna ai suoi come
pregare. Qui accentua l’insistenza, l’invadenza: non posso non ascoltare
questa richiesta, questo bisogno!
Il protagonista del racconto va a chiedere i pani perché è arrivato uno che
ha fame, ha un bisogno. Possiamo chiederci: quale è il BISOGNO a cui
rispondere? Non chiede per sé, ma per un altro.
Il diacono è uno che deve accorgersi dei bisogni e chiedersi come
rispondervi. Si mette a metà tra il bisogno e la casa del Padre, davanti al
bisogno non chiude gli occhi.

Non dice: “Dammi” ma “PRESTAMI”. I pani non diventano suoi, gli
vengono affidati. Ci sono esperienze da vivere che Dio mi affida come un
prestito da restituire agli altri. Ce l’ho ma per portarla agli altri, a cui non
do del mio ma restituisco ciò che a mia volta ho ricevuto.
“AMICO…” e’ la cosa più bella che ci dice Gesù: “Non vi chiamo più servi…
ma vi ho chiamati AMICI” (Gv 15,15). L’amicizia come chiave di ingresso.
E’ amico sia chi mi presta i pani, sia chi ne ha bisogno e li aspetta
(usciamo dalla logica del “poverino”…). Se il mio rapporto con Dio
cammina nella tonalità dell’amicizia, posso pensare di rapportarmi agli
altri come AMICI.

CASA DELLA CARITÀ, DIACONI, COMUNITÀ – PIETRO CASSANELLI DIACONO

(testo ricopiato dagli appunti dell’autore, conservando i caratteri maiuscoli)

Quest’ anno, nell’ arco di un mese e mezzo, abbiamo celebrato DUE ANNIVERSARI per noi molto SIGNIFICATIVI:

-il 5 gennaio il 50° dell’ apertura della casa della Carità di Borgo Panigale (dedicata alla
beata Vergine di San Luca);
-il 18 febbraio il 40° dei primi DIACONI PERMANENTI (nella comunità del Cuore Immacolato
di Maria: Carlo, Gino e Pietro).
DUE STORIE -quella della casa della carità e delle comunità con i loro diaconi- che
s’intrecciano tra di loro.
RAPPORTO -quello tra case della carità e Comunità parrocchiali- che don Mario Prandi
aveva ben chiaro. Diceva infatti:

“Queste CASE non sono opere assistenziali, ma vanno intese come il naturale
completamento della parrocchia, pensando la casa come il TABERNACOLO dove viene
accolto GESÙ POVERO; questo TABERNACOLO viene a completare e ad essere un
tutt’uno con quello della chiesa della parrocchia.”

La nostra casa sorge nel 1974.
Riprendo le parole del Card. LERCARO che qualche anno prima aveva visitato alcune case
della carità a Reggio Emilia, in cui emerge chiaro il rapporto TRA CASA, COMUNITÀ ed
EUCARISTIA:

“Vogliamo suggerire un’ istituzione
che riteniamo quanto mai atta a coltivare nella COMUNITÀ PARROCCHIALE
uno spirito di autentica e concreta FRATERNITÀ CRISTIANA: la Casa della Carità,
dove trovino ospitalità in clima di famiglia i più sventurati e bisognosi,
circondati dalle premure della comunità che li sente suoi membri prediletti.
La Casa della Carità realizza in forma concreta e adeguata
una istanza profonda della SANTA MESSA,
che è la famiglia di Dio riunita attorno al Padre
per goderne la PAROLA e riceverne il PANE;
come a Gerusalemme nei primi giorni della Chiesa
la PREDICAZIONE APOSTOLICA e la FRACTIO PANIS
determinarono il sorgere delle MENSE per le vedove e gli orfani
e non c’era fra loro alcun bisogno”.
La casa della Carità sorge nell’ area di villa Pallavicini, luogo di accoglienza e di incontro dei
giovani voluto dal Card. Lercaro, con la presenza carismatica di don Giulio Salmi. Nel
territorio sono presenti due comunità parrocchiali, S. Maria Assunta e Cuore Immacolato di
Maria (quest’ ultima guidata da don Ernesto Vecchi, poi vescovo ausiliare di Bologna). E’ il
tempo in cui spira forte il vento del CONCILIO, con l’ EUCARISTIA al centro della vita cristiana e un nuovo slancio nella partecipazione dei LAICI nella Chiesa e nella società civile.
Si innesta in questo contesto la casa della carità, dedicata alla “VISITAZIONE DI MARIA AD
ELISABETTA”. E’ Arcivescovo di Bologna il Crd. Antonio Poma (in quegli anni Presidente
della CEI… i ricorsi storici!) e suo Ausiliare Mons. Marco CE’ (futuro Patriarca di Venezia)
che davanti al mosaico dei TRE PANI all’ ingresso della casa dirà:

“Ecco, questo è il CUORE del vescovo: ve lo consegno”

e che farà dire all’ Arcivescovo MATTEO nel corso della sua visita nel 2022:

“La casa della carità è il CUORE di questa zona pastorale “.

Che cosa è stata ed è per noi la CASA DELLA CARITÀ:
un LABORATORIO (o una PALESTRA come amava dire don Mario) e una FAMIGLIA.
LABORATORIO DELLA PAROLA, con l’ascolto, la preghiera,gli incontri spirituali condivisi
da tanti;
LABORATORIO DELL’ EUCARISTIA celebrata e vissuta ogni giorno: la casa intende avere
un ampio respiro ed essere riferimento per Comunità non solo del territorio; più parroci si
alternano per la messa quotidiana.
LABORATORIO DI ACCOGLIENZA dei piccoli e dei poveri, nel senso più ampio: i tanti
FERITI a causa della malattia, della disabilità, dell’ emarginazione, della solitudine, delle
vicende tragiche della vita.
A suo tempo, luogo in cui gli obiettori di coscienza svolgevano il loro servizio.
LUOGO in cui maturare e comprendere la propria vocazione in cui ravvivare la propria fede.
Il Card. CAFFARRA in un’omelia in occasione di un anniversario della casa disse:
“Se qualcuno ha dei dubbi, ha la fede che vacilla, venga in questa casa: qui è certo di
incontrare il Signore. Io vengo in questa casa per imparare a servire”.
E tutto questo COME IN FAMIGLIA: alla casa non si va tanto a “fare un servizio” ma a
CONDIVIDERE I TRE PANI, nell’ aiuto, nell’ ascolto reciproco, nella gioia e nella fatica di
stare insieme e di accogliere chi arriva con il proprio carico di difficoltà e problemi.
Fondamentali sono state le SUORE che si sono succedute nel corso degli anni: grande
amore e grandi fatiche, testimonianza viva di MATERNITÀ, di accoglienza e di fede,
all’interno di una famiglia tanto bella quanto strampalata! Incontrare le SUORE è stato un
grande dono per tutti noi e per tanti una guida preziosa e un riferimento sicuro.
Nel tempo sono fiorite tante iniziative legate alla casa. Sorta negli anni ‘80 e tutt’ora attiva
(non si è fermata neppure durante il COVID!) è l’esperienza del CAMPO ESTIVO, sorta da
un’intuizione del diacono Carlo Lupi (meglio noto come “Maremma”) che ora vive alla Casa.
Nato per consentire una vacanza anche a persone senza possibilità, è via via cresciuto, con
una grande mescolanza di ospiti della casa, della Cooperativa sociale CIM, di anziani, di
persone fragili e in difficoltà, di famiglie con bambini… e con il servizio determinante di tanti
GIOVANI la che ci contagiano con la loro gioia di vivere e il loro slancio. Un’esperienza
arricchita da tante voci e testimoni (lo scorso agosto ha visto anche la presenza del Card.
Arcivescovo) che lascia in chi partecipa -che sia legato o meno alla vita ecclesiale- un segno vivo e che costituisce una vera e propria “PALESTRA” di convivenza fraterna, di
condivisione e di umile servizio.
In questi 50 anni il mondo è radicalmente mutato, le situazioni e i bisogni sono cambiati e
sono emerse nuove povertà, nuove solitudini, nuovi “scartati”. Ad esempio, oggi sono
accolte nella casa famiglie di rifugiati ucraini, vittime della guerra.
Non è sempre facile trovare le risposte giuste, la fatica si fa sentire e non mancano le
preoccupazioni e i timori per il futuro. Ma siamo certi e forti della PRESENZA DEL
SIGNORE GESÙ nella sua PAROLA, nell’ EUCARISTIA e nei POVERI, e non mancherà di
indicarci la strada e di sostenere il nostro cammino. E come diceva il nostro don Tarcisio:
“IL FUTURO È SEMPRE MIGLIORE!”

KATIA CIRACI

Parto dal primo versetto del vangelo di Luca che abbiamo meditato con don Angelo
“Se uno di voi ha un amico e va da lui a mezzanotte a dirgli: Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da mettergli davanti…”
mi ha colpito che lo stesso Gesù ci immagini alla ricerca, di notte, senza risorse da parte… se non gli amici. E’ una efficace descrizione dei tempi che viviamo, in generale come persone, e anche come Casa. Già da tempo, alle prime avvisaglie della crisi che ha colpito la nostra società e la Chiesa, siamo corsi ai ripari
mettendo in atto alcune strategie.

  • Siamo sicuramente in costante cammino, e di questo ringraziamo. Un cammino che parte dalla constatata debolezza che ci contraddistingue.
    La parola forza ci riconduce a qualcosa di stabile, solido, fermo, qualcosa che non si sposta, non si modifica. Mentre la parola debolezza viene dal latino de-habeo, indica chi è lontano dall’avere, e cerca, ha bisogno. Cerca tre pani che gli permettano di essere ospitale, di fare a sua volta un gesto di amore.. il vangelo ci rinfranca della nostra debolezza e ci fa dire che essa è la nostra forza, dice che chi è vuoto è capace, può accogliere, può contenere. Pensiamo agli ospiti..
    Se fossimo forti saremmo fermi, forse per anni lo siamo stati.. fermi nelle tante sicurezze del tempo di ieri, ma oggi ci scopriamo deboli e rivalutiamo il bisogno degli altri. Spesso in questa ricerca desideriamo soluzioni tecniche, una strategia.. una macchina del pane che risolva le visite notturne, ma anche questo vangelo ci dice che dobbiamo cercare persone, amici, relazioni. E fare strada insieme. Oggi si parla tanto di realtà aumentata e si confida nella tecnica… ma la nostra realtà è aumentata dagli altri, dagli ospiti, dai fratelli.. ecc. Sono loro che potenziano il nostro mondo.
    La Congregazione ci ha messo in un cammino di costante rinnovamento che tocca prima di tutto la vita dei consacrati, che sono le prime sentinelle che hanno scoperto la debolezza (scoperto anche nel senso di togliere qualcosa che nascondeva, rivelare, ed è un gesto di grande umiltà e umiliazione a tratti che richiede profondo rispetto e gratitudine) a cui si era ridotta la loro vita concreta. Dato che però riguarda tutta la comunità: può infatti una comunità cristiana non essere ferita dalla mancanza o debolezza dei religiosi? Ce lo siamo chiesti tante volte in questi anni, ripropongo la
    domanda. Questo cammino è stata l’occasione per riscoprire la preziosità della vita consacrata e della relazione fra diverse vocazioni. Che può risultare una bella frase ma in realtà è, per quelli di noi che lo hanno sperimentato, un vissuto davvero inenarrabile. Fare strada con chi cerca il Signore con tutto se stesso e sceglie di condividere il suo percorso di fede.
    Poi ci è chiesto un rinnovamento del nostro servizio nelle case, una chiamata a diventare adulti, responsabili, partecipando in maniera costruttiva ai cambiamenti in atto. Una Chiesa che non eroga servizi o li chiede ma che è casa, casa nostra e di tutti. E quindi abbiamo desiderato anche di mettere mano alla gestione, alle risorse, ecc. per garantire il dono anche a chi vorrà fruirne domani. Lo abbiamo fatto scegliendo forme sinodali, tavoli dove ognuno ha la stessa libertà e dignità di parola e dove il progetto è la comunione. Quindi i Consigli di Famiglia, gli incontri fra case dello
    stesso territorio, lo scambio di esperienze e di vissuti.
  • In cammino nella notte, a mezzanotte, tra un giorno e l’altro, tra un’epoca e l’altra direbbe il Papa. Sospesi nel vuoto, chiamati a vivere una incertezza. Lo stato d’animo è questo. I passi non sono mai assicurati. Prima di questo brano di vangelo c’è il Padre nostro: Signore insegnaci a pregare. Precarietà e preghiera hanno la stessa radice: ho bisogno, sono debole, mi metto in cammino, c’è la notte, ho a casa uno che muore di fame e spera in me.. vado a chiedere. Ci è molto familiare tutto questo. Camminando nel vuoto ci è chiesto un passo di affidamento. La fede per noi non è aderire a qualcosa ma imparare che la vita prevede tratti di sospensione nel vuoto, dobbiamo fare un passo
    di sbilanciamento che non è naturale, ma è condizione alla vita. Solo i morti non si muovono.
    Il nostro cammino prevede un percorso che noi chiamiamo CIMO, (cammino identità e missione oggi) che si svolge nella preghiera e a cui vorrei invitarvi. E’ il tentativo di disegnare una mappa dove sia possibile tracciare il sentiero della carità, oggi, nel mondo e nel tempo che viviamo, declinato secondo il carisma delle case. E’ possibile? I poveri li avremo sempre con noi.. ma oggi come li possiamo amare e servire? Che volto hanno i poveri di oggi? Che volto abbiamo noi? Un sacco di domande, ma la fede interpella, chiede coerenza, ci cambia, ci apre, scardina tutte le nostre certezze per vivere nell’incertezza umana e crescere nell’abbandono a Dio. Nel nostro modo di vivere c’è una profezia che va compresa e ascoltata, partendo dalla storia, cioè dal fatto di essere testimoni della grazia che il Signore ha operato nella nostra vita attraverso le Case. Si riassume nel Nome di grazia che è stato individuato: Essere Misericordia di Dio per tutti. Il NdG è la nostra identità riformulata oggi, un dichiararsi di nuovo le scelte fondamentali fatte, nel desiderio di viverle nell’oggi, nella nostra Chiesa locale, in dialogo con tutte le realtà presenti.
  • Il cammino di CIMO già fatto ha permesso di individuare oltre al Nome di grazia, alcuni criteri che garantiscano un presente più in linea con le necessità delle persone che vivono nelle case:
  • un buon equilibrio fra i tre pani, cioè cercare delle condizioni di vita che permettano di integrare in maniera armonica servizio e preghiera
  • una gestione corresponsabile della Casa che prevede il decentrare le responsabilità dalla figura della suora in modo che da lei dipenda ciò che le è proprio e non tutto nei minimi dettagli.
  • forme comunitarie che consentano relazioni libere e autentiche, con l’indicazione per es ai consacrati di fare comunità con un numero non troppo ristretto di persone per evitare fatiche e disfunzioni.
  • il primato della prudenza nelle scelte e l’attenzione alle risorse.
    Sono criteri concreti che aiutano le comunità ad orientarsi nella mappa del presente e della nostra realtà e dicono la volontà di fare nostro il Nome di grazia nella gratitudine e fedeltà al dono ricevuto. Dicono che lo stile è più importante del contenitore, contenitore plasmato dai decenni di storia vissuta e che non rigettiamo a priori, ma che può essere modificato in obbedienza alla profezia del carisma e alle indicazioni dello Spirito. L’essenza della casa della carità non sono le mura e le prassi consolidate ma l’intensità e la qualità delle relazioni che in queste mura sono diventate vangelo vissuto e segno della diffusione di una “civiltà dell’amore” che si rinnova ogni giorno in obbedienza al suo Maestro. E che cerca sempre nuovi spiragli per diffondersi, come la luce dalle porte che si aprono insperabilmente nella notte.

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